Lectio  magistralis!

Lectio magistralis!

Febbraio 18, 2021 Off Di Cav. Franco Cazzato

Philippe Daverio Il bacio

Dammi mille baci e poi ancora cento…

Gli antichi romani lo chiamavano osculum ed era segno di fratellanza.

Per arrivare alla formulazione moderna italiana, la strada è passata per il latino popolare, che usava la parola basium, la quale con tutta probabilità viene da quelle greche bàzo o basko, che vogliono dire “parlo” o “mormoro” e legano il gesto alle labbra, non senza una certa delicatezza.

Tutte le lingue latine usano questo termine, dal baiser francese al bezo ispanico. Gli uomini del Nord, notoriamente più tozzi e rozzi, in guerra e in amore, hanno inventato una parola più solida, kiss (in inglese) o küss (in tedesco), che la dice lunga sulla loro delicatezza.

Uno schiocco piuttosto che un sussurro.

Eppure, sia loro sia noi ce li mandiamo per posta sulle cartoline con le vedute panoramiche dei luoghi di vacanza o nell’etere infinito degli sms.

Ma come facevano gli uomini dell’antichità, che le cartoline postali non le avevano, per mancanza di carta ovviamente e non per mancanza di poste?

Forse non potendoli spedire non li praticavano neanche. Certo è che, nei racconti complicatissimi della mitologia, Zeus non è mai dio che bacia, passa direttamente all’amplesso.

A noi, uomini e donne della modernità, sembra assolutamente improbabile che allora non ci si baciasse esattamente come oggi.

Eppur il bacio appare in quelle epoche lontane principalmente come una pratica sociale, tra l’altro fra uomini e non a scopo erotico.

Per gli antichi romani, il bacio è un suggello delle cerimonie d’iniziazione, è un’alternativa a ciò che per noi è la stretta di mano, da loro a quanto pare non praticata.

Nel Medioevo feudale, il vassallo e il signore si baciavano sulla bocca per essere in quel breve momento pari.

E forse, quando nei vecchi telegiornali in bianco e nero si vedeva il russo Breznev baciare sulla bocca un membro del Politburo, prassi a noi ormai estranea (se si escludono alcune società più o meno onorate delle isole mediterranee), era l’ultima derivazione della gloriosa tradizione.

Ma, nella comune ortodossia dell’eterosessualità, i documenti sono rarissimi.

Se non fosse che a Venezia, nel museo archeologico, una ninfa si fa baciare con passione da un satiro, potrebbe sembrare che una volta non ci si baciasse: pochi i documenti antichi e sempre a labbra sfiorate.

Il bacio cinematografico, che ha commosso l’Occidente per decenni, non appare neanche nella grande pittura libertaria del Rinascimento e del primo Manierismo, dove certo le labbra si sfiorano, ammiccanti, ma mai triviali, in decine di rappresentazioni di Cupido e Venere.

In questo caso è il bambinetto, equivoco, ma neanche tanto, con la dea, mentre nel caso archeologico di Venezia è l’assatanato satiro, creatura del bosco.

Ma uomini normali, mai.

Antonio Canova corona la tradizione neoclassica con la fantastica scultura di Amore e Psiche.

Ebbene, in questo gruppo marmoreo, Canova non fa altro che rappresentare la tensione di due volti che si attraggono, protesi l’uno verso l’altro, ma distaccati.

Eppure, il primo bacio rappresentato in pittura c’era già stato.

Lo aveva dipinto Giotto sulle pareti della Cappella degli Scrovegni a Padova, nei primissimi anni del Trecento.

É profondamente sacro e profano al contempo: lui e lei si baciano sulle labbra, hanno gli occhi aperti e l’aureola.

Sono Gioachimo e Anna, i genitori della Vergine Maria.

Ma va anche precisato che Giotto è un tipo molto particolare di artista.

É il primo a portare i sentimenti umani senza pudore nella rappresentazione, un rivoluzionario che spacca il mondo ieratico della cultura visiva bizantina, un seguace dei francescani che dipinge gli uomini come tali.

Il primo a mettere i denti in bocca ai frati, il primo a tracciare il segno delle lacrime sul volto delle donne, il primo ad affrontare con coraggio il bacio.

Il suo realismo è il frutto evolutivo avanzato d’una nuova cultura della realtà, quella che trae le sue origini dalla vera rivoluzione di quegli anni, la rivoluzione borghese che porta al potere nei comuni d’Italia una nuova classe di mercanti, di artigiani, di banchieri.

E il suo committente, Enrico Scrovegni, è un banchiere di Padova che paga l’opera per salvare l’onore d’un suo antenato, talmente noto come usuraio, che Dante, poco dopo, lo metterà all’Inferno.

Il bacio eterosessuale come prodotto della borghesia nascente?

Tesi azzardata ma stimolante visto che, nella pittura a olio, il primo vero bacio, scomodissimo nella postura da alpino con la fidanzata sotto il lampione, è quello presentato da Francesco Hayez a Brera nel 1859, per festeggiare l’ingresso in Milano di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III, dopo la vittoria di Solferino e l’inizio quindi del glorioso percorso verso l’Unita d’Italia.

Il bacio come prodotto non della passione affettiva ma della democrazia moderna?

Tesi ancora più insolente, ma suscettibili di spiegare l’infinita fioritura d’immagini che Clement Greenberg chiamava Kitsch già nel 1939, ma che per noi, più comuni mortali, sono quelle della nostra identità sentimentale.

Il bacio potente allegro del marinaio americano e della sua ragazza anonima alla fine della Seconda guerra mondiale ne sarebbe la testimonianza migliore.

Pare che i due protagonisti siano stati rintracciati e richiesti di baciarsi ancora una volta nello stesso luogo.

Gesto di esaltazione della virtù di popolo, altro che Humphrey Bogart.

D’altronde, come diceva Andy Warhol, nel mondo nostro, ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità, anche baciandosi.

E poi, se non fosse moderno il bacio, almeno e sicuramente è moderna la voglia di rappresentarlo.

Un ricordo da Assisi…….. Con Philippe Daverio! – Cappella degli Scrovegni (Padova)
Giochimo e Sant’Anna dipinti da Giotto
Gustav Klimt – Il bacio (Vienna)
New York (Stati Uniti) 1945. Il bacio del marinaio e della sua fidanzata in piena Time Square
Antonio Canova – Amore e Psiche