JUS PRIMAE NOCTIS

JUS PRIMAE NOCTIS

ottobre 4, 2018 0 Di Cav. Franco Cazzato

(Dal latino,letteralmente diritto della prima notte)

 

Era una mattina come tutte le altre durante le solite incombenze gionaliere: un salto all’edicola per comprare il giornale, una capatina dal fornaio per il pane e dulcis in fundo dal meccanico a riparare l’auto.
Da poco tempo ho fatto rientro al paese natio, come mi ero promesso anni orsono, allorquando lasciai Ruffano,come tanti altri giovani dell’epoca,per recarmi altrove per trovare un’avvenire dignitoso, soffrendo comunque, maledettamente la nostalgia del mio paese e degli affetti piu cari che avevo lasciato.
Tale stato patolologico era molto diffuso tra gli emigranti dell’epoca,soprattutto nel periodo Natalizio.
Ricordo ancora la prima volta che, salito sul treno, mi prese un nodo alla gola indescrivibile alla vista delle luminarie che “accendevano” la città di Lecce e dimostravano l’allontanamento dal “buio” cha regnava nei sobborghi dei piccoli comuni.
Solo chi ha sofferto come me l’allontanamento, puo capire come si rimanga legati ai profumi o alle immagini vissute.
Ancora oggi ad ogni Natale mi tornano in mente le giornate che precedevano le festività.
Ogni mattina al nascere del sole a partire dai mesi antecedenti la festività venivo svegliato dall’auto che intonava la canzone del “Santo Natale”, fino all’arrivo del fatidico giorno della nascita di nostro Signore.
E’ impossibile non dimenticare il profumo della festa , l’aura di gioia che la precedeva o
le grida di giubilo degli amici e le parole delle persone piu care.
Il ricordo diventava come un morbo che corrodeva le interiora, in particolar modo quando affacciandomi al finestrino del treno vedevo i miei genitori “che Iddio li abbia in gloria” con il fazzoletto in mano che mi salutavano e man mano che il treno si allontanava diventavano sempre piu piccoli.
“Santo Iddio quanta pena!”.
Non so misurare ne quantificare il dolore dell’addio ma vi posso assicurare che è una gravissima malattia denominata volgarmente:”nostalgia”.
Ebbene,questo stato d’animo mi ha accompagnato per tutta la durata della lontananza dal mio paese,quindi è ben immaginabile ciò che sento quando mi ritrovo con le persone che avevo abbandonato (e mai dimenticato) molti anni prima.
Scusate il piccolo flashback, ma era dovuto.
Dal meccanico,come dicevo prima,stavo attendendo il mio turno e tra gli astanti c’era un signore che continuava a fissarmi con una certa insistenza dell’apparente e veneranda età di 70-75 anni circa.
Come solitamente succede in queste circostanze l’uomo rompe gli indugi, si avvicina e pronuncia la fatidica frase:
“Ma tu non sei il figlio di…………………”
“Si” gli rispondo:”Sono io”.
“Lo sai che io ero molto amico di tuo padre?”, ha egli continuato, “Ed ora che ti guardo bene gli assomigli molto!”
“Grazie”: gli risposi.
Al che dopo aver percorso brevemente le varie tappe della mia vita, mi confessa che anche
lui dopo essersi sposato era andato a vivere in un’altro comune,ma che con tutto ciò, anche lui soffriva maledettamente la nostalgia di Ruffano.
Insieme abbiamo rievocato alcuni fasti di persone blasonate e non, del nostro paese, portandomi alla mente il sapore delle memorie Manzoniane.
storie, leggende e miti del passato che oramai ritenevo quasi scordati.
La differenza di età tra noi due era enorme e quindi ancora meglio di me certe storie che che gli erano state tramandate le rievocava in modo esemplare, considerando anche il fatto che lui era andato via da Ruffano dopo di me.
Parlando delle famiglie blasonate mi parlò “Te nu signuru” il quale sottoponeva gli abitani di Ruffano dell’epoca al diritto dello “JUS PRIMAE NOCTIS” facendo anche il nome del blasonato, ma preferisco non indicarlo, ma una cosa è certa che gli abitanti del posto, giovani e non, sanno di chi stò parlando.
In quei periodi, purtroppo,comandavano loro, i “SIGNURI”.
La rievocazione continuò, anche perchè essendo una persona dolcissima quando parlava delle vicessitudini del suo paese gli si accendevano gli occhi dalla gioia, era quindi impossibile non restare li ad ascoltarlo.
Si disquisiva che allora non esisteva nessuna forma di lotta o di resistenza a quei soprusi.
Quindi ogni volontà del padrone andava esaudita, ma ormai serpeggiava il malcontento e diventava ogni giorno insostenibile.
Provate solamente ad immaginare di trovarvi nei panni di quei poveri ragazzi che dovevano sposarsi a quell’epoca, è atroce il sol pensare che la propria amata doveva giacere per la prima notte di nozze con il proprio feudatario o padrone che dir si voglia.
Mi raccontava di un giovane alquanto intraprendente ed abbastanza coraggioso che non
si rassegnava all’idea e decise ugualmente di affrontare la prova e sposarsi.
Dopo essere regolarmente convolato a nozze fece ritorno dalla Chiesa alla propria casa dove doveva convivere per il resto dei suoi giorni con la sua amata sposa, ma aimè due scagnozzi comandati dall’allora “SIGNURU” si presentarono alla sua porta e con fare arrogante entrarono in casa e chiesero della sposa da accompagnare presso il castello perchè il loro padrone doveva esercitare il diritto di JUS PRIMAE NOCTIS.
Lo sposo alquanto scaltro e per nulla intimorito pregò gentilmente i due scagnozzi di aspettare la sposa fuori dalla porta per poterla salutare.
Costoro acconsentirono e mentre i due erano sull’uscio della porta lo sposo indossò gli abiti della propria amata e con il mantello cercò di coprire tutte le sembianze che potevano identificarlo.
Raccontò brevemente quello che aveva in mentre di fare alla sposa e con i due balordi si recò al castello.
Quando giunsero, lo spartano feudatario pregò la donzella di attenderlo nella stanza da letto.
Quando, questi si presentò al cospetto della “ragazza” disse vieni ti faccio vedere che se mi soddisferai tornerai subito da tuo marito altrimenti ti butterò in questo dirupo sotterraneo, dove resterai per il resto dei tuoi giorni.
Il ragazzo travestito non appena notò la fossa spinse il despota giu per il dirupo dove trovò la morte.
Da allora si narra che il diritto JUS PRIMAE NOCTIS fu letteralmente abolito.

L’amico ormai  era incontenibile, un fiume in piena , continuò a narrare altre
leggende che riguardavano il Castello di Ruffano che domina l’intero paese,chiamato Brancaccio edificato nel 1626 come da iscrizione apposta nell’atrio dal locale feudatario principe Rinaldo Brancaccio, che narreremo successivamente……………